12 Lug 2011 @ 7:03 PM 

MADIMUEUM (10)

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 02 Lug 2010 @ 9:30 PM 

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In questioni di cultura antropologica è necessario intervengano, oltre la logica e la razionalità, anche le misure dello spirito umano che spesso, per canonica accettazione, costituiscono il senso precognitivo versato alla duplice condizione che abita la forza della ricerca degli artisti; la fede nella sensazione creativa e la conoscenza della metodologia che rende l’istinto (la voce dell’angelo) oggetto da modellare. Sotto l’egida di questo enunciato qualunque interessato alle questioni dell’arte e della filosofia estetica, sebbene supportate dalla funzionalità riflessiva della critica, sente la voce dei fantasmi del territorio e i toni ironici dei genius loci.
Questa sensibilità del saper ascoltare le voci e riservata all’arte e alle generazioni che hanno transitato nel luogo ed è qualcosa di musicale che suona attraverso l’anima collettiva come un risentimento sommesso dovuto a quanto sta accadendo ai figli, nipoti, pronipoti e così salendo lungo l’asse verticale della morte fino ad arrivare al tempo dei Vincenzo Di Zinno (artista perverso costruttore di macchine da tortura) e dei Fratelli Trombetta ( adesso fotografi della Criminalpol) e oltre. La questione Misteri di Campobasso apre delicate e profonde riflessioni che coinvolgono non solo la presenza dei viventi riferiti all’analisi sociale, ma centra il cuore etico della città rimuovendo dalla pace ogni campobassano e ogni molisano che ha vissuto, amato e partecipato al ritrovo ciclico, liturgico e cerimoniale, nel senso più stretto di idea di tempio cittadino, offerto dalla rappresentazione dei Misteri. Credo soltanto una mente fortemente enfatizzata al limite del fanatismo speculativo avrebbe avuto temerarietà e innocenza, nella sommatoria etologica dell’azione, di accusare un intero popolo sannita di praticare dispiacere e danno ai loro figli attraverso una delle più sentite, unificanti e magnifiche rappresentazioni artistico teologico e sociale quale sono I Misteri di Campobasso.
Credo questo tipo affrettato di intervento possa in qualche maniera aprire un ambiente di ragionamento che invoca il grado di cultura antropologica posseduto da professionisti addetti alla salvaguardia delle condizioni sociali degli italiani, sia essi minori che adulti, capaci di scatenare, per loro esclusivo e settoriale giudizio, allarmismi alla comunità, offesa e accusata di irresponsabilità nel cuore palpitante proprio della città che si incontra omogeneamente saldata nell’amore tradizionale ritualizzato dai Misteri. Questo tipo di manifestazioni etno-antropologiche posseggono una vasta letteratura etno- artistica (Renè Girard) che parte dal medioevo e si protrae oltre i confini della biosfera per arrivare da qualche parte dell’universo in cui forme esistenziali più progredite di noi, accolgono la nostra cultura sociale come referente invidiato del progresso scientifico e delle pianificazioni sociologiche che per simoniaca scientificità hanno dovuto ricusare dall’anima e dallo spirito della natura vera abolendola dai loro codici costituzionali (Avatar di J. Cameron). Pertanto questi Misteri, che conducono nel nome stesso il loro destino, non solo hanno funzione revocatrice della memoria collettiva e del ritrovo comunitario, ma sono salvifici per le forme di vita exstraplanetaria che hanno perduto il sentimento d’amore e incatenano nella disciplina meccanicistica ogni atto comportamentale dettato e legiferato esclusivamente dallo stoicismo più serrato della razionalità meccanica. Questi ingranaggi extraterrestri guardano i nostri misteri con rancore ricordando melanconicamente i loro avi che nel racconto della loro bibbia dicono di possedere uno spirito collettivo, dei sentimenti, un’anima e il sorriso. Raccontano la gioia di vedere la partecipazione di tutta una città felice nel sacrificio accudito dei loro figli divenuti per un giorno santi e angeli a protezione del sano amore di questo territorio. Sono riti di iniziazione in cui le giovanissime generazioni ambiscono per dimostrare il vero coraggio di sentirsi parte fondante della comunità evocando attraverso la sperimentata rappresentazione mitico – teatrale, i prodromi delle potenzialità creative che in futuro serviranno, come trattati seri di psicologia comportamentale dichiarano (Neil R. Carlson), per affrontare qualunque tipo di prova; dalla scuola al lavoro, supportati dalla sicurezza approvatrice della loro coesa comunità e dall’idea uniforme di appartenere ad un’unica sincera famiglia.
In più va detto che questo tipo di rappresentazioni come la festa del Giglio a Nola, rientra in quel sistema dell’arte museale dinamica che fortemente, per fortuna, definiscono a pieno merito la vera storia dell’arte e gli elementi strutturali su cui si basa la filosofia estetica. È attraverso I Misteri e a manifestazioni ad essi tipologicamente associati che si promuovono le condizioni necessarie ad alimentare quella chimica dell’immaginazione che andrà incarnata nella cultura dagli artisti per poi poter polarizzare la creatività per mezzo dei magnetismi dell’anima addetti alla stipulazione del senso gnoseologico, ma anche alla determinazione delle strutture sociologiche e politiche addette alla funzionalità essenziale della comunità. I Misteri dunque sono il mito, la qualità e il senso di identità che ci unisce all’insegna di un’unica voce che parte dai polmoni antichi degli avi e arriva a noi nel coraggio dei bambini che volano per noi e in noi con un’unica anima a difendere come nella migliore tradizione italiana, la nostra vera identità che non permette a forme debuttanti di colonialismo di poter abolire memorie autoctone di antico lignaggio storico. Noi qui al frinire provocatorio dei grilli rispondiamo, “Dunzella Dunzella Dunzella……” (dedicato a Lino Mastropaolo)

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 30 Giu 2010 @ 7:07 PM 

La progettualità impiega due fattori sostanziali per poter prendere consistenza e produrre funzionalità ed efficienza: la qualità delle idee addette all’attivazione delle procedure, e la coesione delle forze che incarnano le potenzialità dei concetti intesi come luogo e tempo preposti alla messa in vita del progetto. Questi elementi producono la sostanza per poter realizzare il corpo delle idee e concretizzare, attraverso la capacità di sintesi, (esperienza e maestranza dell’immaginazione), il piacere di rendere attivo il significato delle idee e dare vita al senso creativo e organico della progettualità. La parola progetto, dunque, coinvolge la conoscenza compiuta di tutti quegli elementi che singolarmente contengono una propria intensità vitale che la “potenza” del progettista dovrà trasformare in atti da condividere per un unico corpo organizzato che si muoverà respirando il sistema creato dall’idea progettuale. Dietro ogni progettualità, dunque, respira la simbologia michelangiolesca dell’immagine divina che si converte alla forma umana.
Normalmente si crede “ i progettisti” siano quella parte dell’umanità votiva alla tecnica; architetti, ingegneri e similari. Effettivamente le nostre abitudini ottocentesche sfatate in larga parte dalla dirompenza indocile del ‘900 sono legate per automatismo a questa anacronistica associazione referenziale. La verità reale del XXI secolo promuove però attente riflessioni che hanno come sostanza quella figura creativa che ricade nella qualità dell’uomo amministrativo, del politico e del decisore che hanno facoltà di modellare le sorti della città e dell’ambiente attraverso la formula dispensatrice di giuste progettualità indicate dal beneficio della comunità e dei luoghi.
Nulla di nuovo dunque, visto la dirigenza della città è motivo antichissimo ed è proprio la città il cuore pulsante nelle vite delle generazioni che l’hanno abitata e la abitano. La città pensata, progettata, costruita, manutenuta e infine vissuta come il più grande bene che la vita stessa possa offrire, superiore, per certi versi, a quella determinante dei genitori. Amare la propria città significa avere identità e continuazione nel lungo eterno processo segnato dalla forza comune dell’identità e dall’ appartenenza ad un sistema culturale sicuro condiviso collettivamente. Ecco allora la potenza della progettualità divenire potenza di appartenenza che non separa le famiglie dal segreto della bellezza offerto dalla vita comune della città. Appartenenza costruita attraverso le attività umane sul passaggio delle generazioni. Su questo principio la città e la sua bellezza diventano, nella coscienza collettiva, forma di preghiera; orazione del comportamento quotidiano espresso dagli atti del pensare e del fare rivolti alle divinità dei luoghi in segno di richiesta di grazia comunitaria. Questa grazia a Larino è sempre stata potenzialmente attiva negli uomini e nelle donne che la abitano, la vivono e che inneggiano alla buona sorte della propria città. Lo testimonia la qualità architettonica delle ville e dei palazzi su cui primeggia la nuova presenza pubblica del Parco Archeologico di Villa Zappone. Il successo dell’ouverture deciso dall’Amministrazione di Larino e condiviso dalla direzione regionale dei Beni Culturali e dal Rettore dell’Università del Molise, raccoglie il contenuto storico della bellezza. La città riconquista la saggezza di uomini e progettisti del passato che conoscevano il valore e la dignità della bellezza quale costruttrice di coscienze salubri con le quali avrebbero potuto avvicinare l’interesse delle divinità che vivono silenziose nelle cellule sensibili delle percezioni. Questi uomini e queste donne sapevano bene che attraverso la sensibilità avrebbero potuto elevare lo stato terrestre verso i segreti celesti dell’amore. E se una villa, un giardino ottocentesco esprime oltre la bellezza contestuale al suo tempo anche il recupero immisurabile della bellezza delle città imperiali romane incarnate dalle terme e dai mosaici combinati al cromatismo segreto della botanica si comprende quanto accumulo della progettualità grandiosa sfoga passione nel cuore generazionale nel nostro tempo. Sfoga nel Parco Archeologico di Villa Zappone patrimonio prezioso della città e della sua gente. Ecco la grazia scendere negli occhi e nei polmoni della città e sommessamente riportare nell’anima dei suoi abitanti il gusto del benessere. Si vedono madri al mattino presto con i loro bambini; qualcuna abbraccia il dono dalla carrozzina lo poggia sul piano del giardino e gli fa muovere i primi passi nello spazio sano e bello del parco. Il bambino sorride, muove le gambe verso il più importante obiettivo della sua vita. Apprende a camminare. La scena è magnifica. Ecco la prima generazione che difenderà con tutto il cuore e l’anima la bellezza che l’ ha svezzata e che per diritto d’amore le appartiene. Si ascolta il canto della grazia. La vita bella ricomincia per tutti… A.P.

log villa zappone COMPLETO1

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 10 Feb 2010 @ 1:23 PM 

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 26 Gen 2010 @ 3:26 PM 

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moana

 
 24 Nov 2009 @ 4:28 PM 

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 10 Nov 2009 @ 5:27 PM 

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 31 Ott 2009 @ 11:25 AM 

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 31 Ott 2009 @ 11:20 AM 

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