
Non c?è che dire, la tenacia dei costruttori di idee e di organizzazioni sociali del primo Novecento, è formidabile, come è stata formidabile tutta la scienza meccanicista e cartesiana che ha assolto onorevolmente al compito paterno di esprimere sicurezza del pensiero scientifico e culturale per buona parte della storia occidentale. Ma io, caro sign. De Gregorio, sono un seguace di Fritjof Capra e con lui condivido la condizione delle attuali coscienze sociali e scientifiche che ci vogliono come sistemi interattivi autogeneranti secondo il contesto e il pensiero ambientale. Lei ha scritto un primo articolo che mi vedeva protagonista della 51esima mostra Premio Termoli, con una visione della mia organizzazione che ledeva ogni possibile occasione dialettica e costruttiva, e sebbene io le risposi già allora, il servizio stampa del Comune di Termoli preferì ?abdicare? la risposta in virtù di una più elastica e giovanile maniera comunicativa: lasciò parlasse la qualità della manifestazione che è poi risultata eccellente all’opinione nazionale. Sembra, tuttavia, che nella sua simpatica percezione, sia io, descritto come sedicente critico, sia gli artisti, presentati dalla rosa dei critici invitati al convegno ?TrackerArt?, (i curatori di fatto), non le siano stati molto graditi. Non dovrebbe essere un problema di gusto, visto che il suo appetito artistico è di buona fattura dovuto anche alla sua posizione di pioniere del prestigioso Premio Termoli, ma la fedele conservatoria di un modello apparso alla coscienza comunitaria negli anni 60, come recita il generalizio criterio documentativo del catalogo di Carlo Fabrizio Carli (lui stesso partecipe del convegno nella rosa dei critici invitati, e che ha presentato un suo specifico artista per il 51 esimo Premio Termoli a lei tanto inviso), avrebbe dovuto, nel corso di questo cinquantennio, darle stimolo innovativo e di ?ricodificazione? ai nuovi linguaggi artistici e culturali avvenuti, per loro legittimo diritto esistenziale, coevi e intimi alla crescita e ai cambiamenti generazionali, nel susseguirsi nella linearità verticale e orizzontale dei sistemi sociali (quella che normalmente definiamo con il termine di esistenza). Forse è suo necessario desiderio mantenere tutto il cambiamento in forma di struttura “chiusa” contraddicendo il motto siciliano, nel cui l? autore di Pantelleria, fa invocare al nobile la formula in cui tutto deve cambiare per poter restare nella sua assoluta struttura conservativa e di continuità della dominanza nobiliare?. Purtroppo, per noi, la dominanza nobiliare, forse, aveva compreso già allora che le società cambiano, e che per sopravvivere bisogna adeguarsi con criterio e giudizio ai cambiamenti. In fin dei conti l?arte contemporanea ha in esclusiva, contrariamente alla storia dell?arte e all?arte museale, proprio questo compito; dare inizio ai sintomi linguistici che appaiono nella complessità delle reti sociali e culturali. L?arte contemporanea deve dare, per sua stessa entità esistenziale, i riferimenti concreti ai nuovi linguaggi e alla dovuta ricerca che gli artisti rimettono alla società che li adottano. Se questo non avviene, non è arte contemporanea, ma rassegna storica di arte avvenuta ( formula, a quanto sembra, inverosimilmente adottata negli ultimi anni da ogni sistema politico che va al governo della città). Come dire che si asserisce alle generazioni delle retroguardie il sigillo e forse anche l?araldica, della condizione super parte per sorreggere l?illusione utopica di restare eternamente nella loro funzione statuaria di nobile ed efficiente avanguardia. Questo simpatico motivo medievale, lei capisce, diverrebbe una catastrofe sociale se non definito nella coscienza comunitaria, e non è possibile, proprio per consapevolezza maturata dalla storia e per etica e per morale, mimetizzarla oltre ogni confine del buon senso. Per quanto riguarda poi, la deittica qualità che mi attribuisce, -sedicente critico-, le posso condividere la piacevolezza del suono che a persone di una certa età che dubitano dei propri sensi, appare come grafia semantica che richiama alla memoria la gioventù negli anni in cui si era adolescenti sedicenni e con questa convinzione, leggendola, nei suoi due articoli pubblicati, mi inserisco anch’io nei nostalgici che l?ammirano per aver risvegliato in loro il profumo estatico della gioventù tramontata. È piacevole dunque la sua strutturale poetica sign. Ennio De Gregorio che sicuramente ha volontà semantiche in sinonimia del falso, ma che nella sua eleganza discorsiva e di profonda perizia della scrittura, risulta, al contrario, piacevole e danzante. D?altronde non avrei nulla da temere visto che la mia laurea e le successive specializzazioni appartengono per esclusività nazionale, alla formazione specifica della critica sia essa d?arte, di teatro, della musica o del cinema, mentre altri, normalmente, sembrano provengano da Università che sfornano storici dell?arte, o filosofi, o architetti o a volte, nel peggiore dei casi, ragionieri e geometri, a volte qualche veterinario o periti industriali di illuminata sapienza. Quindi oltre la prestigiosa carriera che ho in attivo, non avrei nulla da temere visto che, sig. De Gregorio, sono tra i pochi a poter referenziare una formazione specifica nella critica che lo Stato Italiano mi riconosce per diritto. Sono convinto, pertanto, che lei non voglia sentirsi super parte allo Stato Italiano, e che le sue semantiche definizioni nei miei confronti siano solo un regionale uso opinionistico per poter noleggiare dal mondo delle idee superflue, dei suoni simpatici come canta la fonetica dell?aggettivo che a noi tutti, compresi gli antichi splendori di altre generazioni, piace tanto ascoltare e condividere nella solidarietà dell?ironia Comune. Un caro saluto da Antonio PICARIELLO.

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