18 Set 2007 @ 10:57 AM 


Arrivederci e grazie

600 euro al mese non mi bastano.350 se ne vanno per pagare l’affitto e con quello che rimane divido le spese di luce, acqua, vitto e condominio insieme ad altre due ragazze che abitano nel mio stesso appartamento. Nulla mi resta, alla fine, né per comprare un bel vestito, né per un regalo al mio fidanzato, otto ore di lavoro al giorno, ma tu guarda, per sopravvivere: che vita è questa? È stato così, inseguendo queste riflessioni, che un giorno mi sono accorta di quanto il capo mi guardasse le gambe, con quale morboso interesse, quale trasporto. Entrava nella stanza, sorrideva a tutte e alzava il braccio in segno di saluto – gentile e discreto come sempre – ma poco dopo lo vedevo gironzolare di qua e di là alla ricerca di me. E quando gli occhi finalmente mi trovavano, li vedevi sornioni scivolare sulle gambe e restare lì, fissi e irriverenti, come se quello spettacolo si tramutasse in un piacere fisico. Non ci giurerei, ma dopo andava a goderne in solitudine. “Se riuscissi a sedurlo sul serio”, pensai quella mattina che mi mancavano i soldi per il taxi, pioveva a dirotto e non passava un autobus manco se t’impiccavi, “gli chiederei un aumento, il passaggio al livello superiore dei 930 euro, l’accesso alla mensa, il telefonino aziendale e qualche altro vantaggio che mi venisse in mente”. Fu così che quando entrò per il saluto quotidiano, attesi lo sguardo sulle gambe e mentre indugiava mi sollevai pian piano tutta la gonna fino a fargli mancare il respiro. Poco dopo con un filo di voce mi convocò nella sua stanza. “Mi piaci da morire”, mi disse prima ancora che la porta fosse completamente chiusa, tanto che ebbi un sussulto e con l’indice sul naso gli feci cenno di star zitto se no le altre avrebbero capito. Ma quel segnale di silenzio lui lo interpretò come un gesto di complicità e consenso: girò la chiave e si abbassò i pantaloni. “Amen”, pensai mentre cedevo docilmente alle sue richieste: il fine giustifica i mezzi e se questi cinque minuti indecenti mi aprono le porte di una vita più decente che mai sarà stato scendere a compromesso? Senonché, giunto al culmine del piacere, estrasse dalla tasca un fazzoletto e sparì nel bagno, invitandomi gentilmente, con un gesto della mano, a tornare al mio posto. “Arrivederci e grazie” , mi disse da lontano con voce sinceramente grata. “Ma tu guarda che mi doveva capitare”, pensai allora, indispettita, mentre attraversavo la stanza per raggiungere la mia postazione. “Ma che ha creduto? Che godessi io a fargli quel servizio? Tanto si sente bello che immagina sia finita in ginocchio con gioia, per me stessa, magari per raggiungere un orgasmo spirituale?” Rimasi a rifletterci sopra per tutta la giornata senza riuscire a darmi una risposta: avevo fatto una cosa, una certa cosa, e non solo nulla m’era arrivato in cambio ma neanche mi esra stata data la possibilità di chiederlo! Mi convinsi che ci avrei dovuto riprovare, forse il rapporto s’era consumato troppo in fretta, forse la seconda volta sarei stata capace di negoziare la contropartita prima. Il giorno dopo stessa sceneggiata iniziale e identico risultato: “Venga nella mia stanza”. Questa volta il mio tragitto fu seguito dagli occhi incuriositi e le smorfie interrogative delle colleghe, senza che la cosa mi distogliesse dai propositi. Senonché nemmeno feci in tempo ad aprire la porta, che già era lì dietro, bramoso, fremente, pronto, in trepida attesa e per giunta con il fazzoletto in mano. “Gesù”, pensai “che animale è mai questo?”, ma intanto ero già in posizione senza alcuno spazio di manovra, senza un minimo di esitazione che mi desse l’opportunità di avviare le agognate richieste. Io lavoravo “di straordinario” e lui si lasciava sfuggire quei versi e lamenti soffocati, di passione, che alle orecchie di chi non è coinvolto – cioè alle mie – suonavano come orribili e ridicoli mugugni. Né potevo sollevare lo sguardo, tanto lo spettacolo si rivelava nel suo squallore. Non saprei dire se le sensazioni che provavo volgessero verso la disperazione o lo scroscio di risate, ma al termine della prestazione sono certa d’aver udito le medesime parole di profonda gratitudine: “arrivederci e grazie”. “Grazie un corno!” avrei voluto rispondergli, ma la frase rimase una muta ribellione del pensiero, un’implosione di insulti immaginari che mi fecero compagnia nel tragitto di rientro al mio posto di lavoro. Erano due mesi, ormai, che mi si imponeva “lo straordinario” quasi tutte le mattine. Evviva, che compito grandioso ero andata a ritagliarmi, per giunta senza compensi aggiuntivi, tutto all’interno delle mie otto ore a seicento euro al mese, come “il perfetto dipendente”, il titolo che avrei dato al libro delle mie idiozie! Un giorno o l’altro, pensavo, riuscirò ad affrontarlo. “Che ti passa per la testa?”, gli avrei urlato in faccia aprendo la porta della sua stanza senza curarmi del brusìo attonito delle altre, “pensi che venga qui per la gioia delle tue insulse mutande a pallini? Quale contorta immaginazione ti fa supporre ch’io mi presti al gioco per inesauribile e disinteressato altruismo, o addirittura per deviate pulsioni erotiche? Non credi che abbia diritto a qualcosa in cambio, che so, un compenso in denaro, un aumento di stipendio, un anello di brillanti, un’agevolazione di orario, un visto per la mensa?”. E poiché sapevo, sentivo, che nulla avrebbe risposto, limitandosi a sostituire una lettera di licenziamento al solito fazzoletto, avevo già bella e pronta in mente la seconda raffica di improperi: “Ma ti sei mai guardato allo specchio mentre emetti quei suoni terrificanti, ti sei mai chiesto se appari ai miei occhi il miserabile, spregevole, infame, lurido omuncolo quale sei veramente? Il giorno arrivò. Pioveva a dirotto e non avevo i soldi per il taxi, l’autobus non passava nemmeno se ti impiccavi e dovetti percorrere a piedi il solito chilometro tra le pozzanghere. Mi bagnai tutta e mi si ruppe pure il tacco di una scarpa. All’esordio lui si rimise a posto con calma i pantaloni e andò a sedersi alla scrivania per aprire un cassetto. Realizzai che stava prendendo i documenti per licenziarmi e mi preparai per la mitragliata finale. Ma quando il cassetto si aprì vidi tutto un altro spettacolo: c’erano i buoni mensa, un assegno di mille euro, il contratto a tempo pieno e un pacchetto di gioielleria. Mi aveva forse letto nel pensiero? Gli era capitata già una cosa simile e si era premunito? Mi amava e non me ne ero mai accorta? In quell’affollamento di pensieri non riuscii a dire neanche una parola: questa volta fui io ad assumere un’espressione ridicola e a trasformarmi in una caricatura, quella della perfetta prostituta. Fino a quando quel rapporto si era consumato senza contropartite, il rancore era prevalso sugli altri sentimenti impedendomi di riflettere e di biasimarmi. D’improvviso mi sentivo sporca. In silenzio, come una piccola ladra, riposi il pacchetto nella borsa, sistemai l’assegno nel portafogli, raccolsi i buoni e firmai il contratto. Poi gli tesi la mano per salutarlo: “arrivederci e grazie”, gli dissi, e sentii le mie parole risuonare in quella stanza con un tono di profonda gratitudine.

Scritto da: Blog Admin
Ultima modifica: 18 Set 2007 @ 10:57 AM

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Commenti a questo post » (2 Totale)

 
  1. fe scrive:

    ahahahahha il fine giustifica i mezzi diceva il principe di Macchiavelli… però un pò ti capisco sentirti così dopo… io che concepisco solo il tradimento passionale e sentimentale e non veniale… che spesso è l’inizio di una nuova storia e la fine di una vecchia e ormai morta relazione ma si sa se lo stomaco brontola per zittirlo qualche prezzo si può pagare…

  2. nic scrive:

    “diversamente da quanto avviene nella tradizione filosofica occidentale (da Aristotele agli stoici e al pensiero medievale) e nella filosofia araba e giudaica, nella cabbala il linguaggio non rappresenta il mondo nel senso in cui il significante rappresenta il significato o il referente. Se Dio ha creato il mondo attraverso l’emissione di voci linguistiche o di lettere alfabetiche, questi elementi semiotici non sono rappresentazioni di qualcosa che vi preesistono, ma sono forme su cui si modellano gli elementi di cui il mondo è costituito”. Quindi una fellatio calcolata dalla trama del racconto resta comunque una testimonianza unica di un gesto magico femminile trasformato dallo stato di invocazione passionale a razionalismo machiavellico “al fine di raggiungere un obiettivo materiale”, che qui, a quanto sembra, oltre la stessa aspettativa della protagonista, viene apiamente raggiunto con l’aggiunta di un saluto gentile. Il linguaggio è di stile ormai strutturato, il tema anche. L’autrice si diverte e con lei noi…

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