
Chi avrebbe mai potuto prevedere alla fine del primo decennio del terzo millennio un decadimento tra i peggiori modelli dettati dai cicli della storia, quando già nella seconda metà del ‘900 ci si illudeva di approdare al 2000 con una tecnologia marziana, una sociologia del benessere diffuso e una umanità ibrida tra animale e macchina. Robotica era il fantastico principio che dettava le speranze inviate dal futuro. Adesso nel futuro di allora ci siamo a pieno contesto. La comunicazione e la tecnologia informatica, in qualche modo, hanno mantenuto fede a quanto sperato nel secolo scorso, ma è mancata la consapevolezza sociale. Tecnologia senza cultura crea mostri ingovernabili. L’errore non è dovuto ad una carenza della sociologia, ma ad una mancanza di qualità attribuibile esclusivamente a chi nel sistema sociale ha il dovere e la possibilità di prendere decisioni. Normalmente chiamiamo questo settore fascia della politica, ma inseriamo nella classificazione anche modelli dirigenziali che con la politica hanno poco a che fare. I funzionari statali e del vaticano, i manager delle industrie, i direttori dei giornali e delle reti televisive. In generale i rovinatori del futuro sono la categoria del potere che ammanta ogni forma evolutiva; sono i burocrati. I dirigenti di questi settori proprio per la “funzionalità” del loro sensibile ruolo sociale dovrebbero essere addestrati meglio di altri dirigenti al sapere e alla cultura. Dovrebbero essere coscienti che la disciplina da loro praticata è tra le forme più creative per il sistema sociale(*). Ma difficilmente accade che un funzionario addetto alla corrispondenza della scelta sappia oltrepassare il mero processo di uso comune fatto di procedure schematiche, di documenti obbligatori da presentare non al giudizio del dirigente, ma alla sua meccanica valutazione della catena di produzione, un fordismo che non ammette l’interpretazione evolutiva e meritoria, ma solo il controllo accurato del processo documentativo. Non che questo per un sistema sociale non sia necessario e utile, ma quando questo meccanico uso culturale diventa e sostituisce il senso antropico e naturale dell’esistenza, qualunque forma dotata di intelligenza può dedurre una conclusione poco evolutiva per una società che prende sempre più l’aspetto di un maiale squartato dal macellaio e rivenduto a pezzi alle statistiche, alle informazioni commerciali che ne fanno il referente su cui impiantare e costruire i convincimenti pubblicitari. La specie e diventata target e l’umano, numero clientelare. In provincia poi, la questione si rimette ai calcoli potenziali. Le città offrono a questi eserciti di clienti almeno una gamma di possibilità di scelta: questo o quel macellaio da cui farsi affettare, ma in provincia dove governa il monopolio di un unico venditore di carne umana resta solo la scelta di mettersi in fila e aspettare il proprio turno. Detto questo arriviamo al punto. Giorni fa un signore laureato in sociologia con un voto non certamente invidiabile, saluta i suoi clienti lettori di un giornale di provincia con uno ciao. Il direttore dopo undici anni ci lascia. Sinceramente a leggere i suoi editoriali fatti di un: io prevedo, io dico, lo diciamo solo per questa volta, in cui le accuse verso gli altri si ripetono fino alla fissazione psicologica, non si ricava una grande evoluzione storica avvenuta se non uno ciao che ha tutta l’aria di un: vi ho caricati di malessere e adesso vedetevela voi, per non dire in forma più sostanziale apprezzabile dalla società savoiarda. Questo signore ci lascia in eredità una monade di sedicenti giornalisti che grazie al direttore hanno superato i controlli dei burocrati delle scamorze e pur non avendo nessun titolo di studio ben che meno una carriera sacrificata all’opera della scrittura efficiente, adesso possono permettersi di giocare al piccolo giornalista di campagna. A me questa gente che rovina ogni identità e che non accetta nessun confronto pubblico perché dotata di grande protervia unita a una ridicola pavidità, non piace affatto. Eccone un esempio :
Illustrissimo professore A.P. Innanzitutto la ringrazio per averci dedicato un pò del suo prezioso tempo, ma credo che questa che lei cerca è una polemica sterile (?) e, mi permetta, anche inutile. Credo che lei lavorando nell’ufficio dello staff personale del sindaco di questa decadente città, ed essendone quindi uomo di fiducia, non si isa potuto sottrarre dallo scrivere ciò che ha scritto,(?) ma non lo dico per polemizzare. Vede i "difetti" fanno parte dell’animo umano, [ ecco la voce del santo patrono] il difetto è intrinseco ed incontrollabile di [ in ] qualsiasi essere umano popoli questa terra, [ecco la voce di Piero Angela] tranne [in] lei naturalmente, che essendo custode indiscusso delle più alte capacità ed espressioni intellettuali come la lingua italiana e l’arte in genere, non ha difetti, [?] lei è perfetto. Sa perchè non giudico le sue parole scritte come una offesa? [non giudico le sue parole scritte **** una offesa?] Per un motivo molto semplice, dettato dai tanti cittadini che hanno la pazienza [e si..] di leggere ciò che scrivo e di ascoltarmi in televisione, telegiornale o trasmissione che sia, personalmente rendo conto solo a loro e a nessun altro. [frase non conclusa, premessa da una domanda che ha in conseguenza solo una giustificazione casuale, non risponde con una conclusiva esplicativa, frase incompleta, o periodo sospeso, o proposizione difettosa, e poi non sarei io un cittadino che partecipa alla visione della grande star televisiva o alla lettura del brano giornalistico del noto letterario mig. e mam.?] Per cui stia tranquillo e sereno perchè da parte mia non ci sono mire particolari. Come lei sa bene, che il giornalismo deve riportare la verità, deve raccontare i fatti e, perchè no, esprimere anche opinioni, [ma chi le dice queste fesserie?, Il suo direttore?, ebbene il giornalismo, sappia signor Mig., non deve riportare nessuna verità, deve documentare correttamente il messaggio e l’informazione data, ma sappia anche (e qui le consiglio un corso accelerato in comunicazione) che la proprietà di linguaggio deve essere tale da esprimere la linea condivisa dallo stile redazionale della testata a cui si appartiene, crede lei rappresenti qualcuno in questa sua ebbra diffusione di parole? ] ci mancherebbe altro. [ma a lei queste sapienza chi gliela ha data? Il suo direttore, allora riferisca a questo signore che sono disponibile ad un incontro pubblico con tanto di giudizio di popolo da affrontare e vediamo, per una buona volta, chi ha coraggio di mettere in campo le proprie verità; va bene così sign. Mignon?, Vuole partecipare anche lei? Ben venga allora, mi dia conferma e organizzo io il tutto con tanto di giornalisti professionisti televisivi e della stampa anche di fuori regione, vedrà come sarà simpatica la serata….] Mi aspettavo da lei, dall’alto della sua cultura, [la cultura non è verticale è circolare] una critica sui contenuti e sulla veridicità delle notizie che io dò, [re, mi, fa, sol…] su quello [ma su quello chi?, Come cazzo parli… ]possiamo confrontarci, ma le assicuro che i tre netturbini non ancora riassunti non gliene frega niente dei corsi di lingua e dei titoli, [che cavolo c’entra la lingua italiana con i netturbini, ma possibile il suo direttore è suo connivente in questo disastro comunicativo?] loro vogliono vedere risolti i loro problemi, che, mi permetta, non è la lingua o la scrittura, ma sono le bollette a fine mese, la spesa giornaliera ed il mutuo da pagare. Dia retta ad una persona più giovane e meno titolata di lei, [questa poi, il più giovane e il meno titolato diventa consigliere? Italia Kapput…]discuta di contenuti e non della forma.[e perché? Chi ca… è lei per dire una stupidaggine del genere, studi, si impegni e poi partecipi ai tavoli della comunicazione, si impegni ad apprendere i codici e a saper ascoltare, a comporre messaggi coinvolgenti e poi si arroghi il diritto di enunciare insegnamenti] So bene che voi tutti, politici mode rni ed intellettuali siete abituati al giornalismo tappetino, quello che pubblica solo ciò che voi volete, da me questo non lo avrete perchè il mio compito è di informare, e se c’è bisogno anche in dialetto. Cordiali saluti MM [guardi, non le rispondo neanche a quest’ultima frase perché lei ha sul serio esagerato nella megalomania…in tutti i modi sappia che il dialetto è molto più complesso e difficile della lingua ufficiale, se proprio vuol farsene una ragione concreta studi il primo Pasolini e vedrà che cosa è il dialetto… auguri sig. Mog vedop il suo direttore come al solito lascia sul campo un bel lavoro di mm].
(*)Questo manuale è una "storia del sapere organizzativo narrata come storia di uomini, di idee, di vissuti e di continue scoperte, che traccia le linee di sviluppo e progressivo arricchimento della complessa disciplina attraverso la genesi di sempre nuovi contenuti e paradigmi teorici e interpretativi. Maggiore risalto è dato agli approcci più marcatamente sociologici (funzionalismo, cultualismo, neoistituzionalisimo, cognitivismo, etnometodologia ecc.), ma non mancano capitoli dedicati a scuole di matrice manageriale (total quality management, business process reengineering ecc.) o che traggono invece origine dalla psicologia sociale e del lavoro (interazionismo, motivazionismo, analisi transazionale ecc.)
Stefano Scarcella Prandstraller è laureato in giurisprudenza e scienze politiche e sociali, ha un perfezionamento e un master di secondo livello in metodologia della ricerca sociale ed un master in studi internazionali. E` attualmente viceprefetto aggiunto (primo dirigente) presso il Gabinetto del Ministro dell`Interno. Ha svolto numerose ricerche sociali con tecniche standard e non standard e preso parte a diversi programmi di innovazione organizzativa e gestionale del Dipartimento della Funzione Pubblica, come "Ripensare il lavoro pubblico" (1999-2000) e "Cantieri" (2002-08). E` attivo in diverse associazioni di sociologi, come l`AIS, l`AISP, l`AIST e l`ASA. Tra le sue pubblicazioni, la monografia storica "I Prefetti e la grande guerra 1915-18" (rivista "Instrumenta", 1998) ed i volumi "Sociologia dell`organizzazione" (Simone, Napoli 2005), "Sociologia dell`Islam al tempo della guerra al terrorismo" (Di Virgilio, Roma 2007) e "La soggettività come tecnologia sociale" (Franco Angeli, Milano 2008). Dal 2002 è docente di sociologia presso la Scuola Superiore dell`Amministrazione dell`Interno, dove insegna soprattutto tecniche di "new public management". Dall`anno accademico 2006-07, insegna "sociologia dell`organizzazione" nel master di secondo livello in direzione delle aziende pubbliche presso la Facoltà di Giurisprudenza dell`Università degli Studi di Verona. Collabora altresì con la Facoltà di Psicologia 2 dell`Università "La Sapienza" di Roma" nel progetto europeo "Attention to Victimes of Crimes" nell`ambito del programma "Daphne 2", soprattutto nelle attività di ricerca e docenza.