
In questioni di cultura antropologica è necessario intervengano, oltre la logica e la razionalità, anche le misure dello spirito umano che spesso, per canonica accettazione, costituiscono il senso precognitivo versato alla duplice condizione che abita la forza della ricerca degli artisti; la fede nella sensazione creativa e la conoscenza della metodologia che rende l’istinto (la voce dell’angelo) oggetto da modellare. Sotto l’egida di questo enunciato qualunque interessato alle questioni dell’arte e della filosofia estetica, sebbene supportate dalla funzionalità riflessiva della critica, sente la voce dei fantasmi del territorio e i toni ironici dei genius loci.
Questa sensibilità del saper ascoltare le voci e riservata all’arte e alle generazioni che hanno transitato nel luogo ed è qualcosa di musicale che suona attraverso l’anima collettiva come un risentimento sommesso dovuto a quanto sta accadendo ai figli, nipoti, pronipoti e così salendo lungo l’asse verticale della morte fino ad arrivare al tempo dei Vincenzo Di Zinno (artista perverso costruttore di macchine da tortura) e dei Fratelli Trombetta ( adesso fotografi della Criminalpol) e oltre. La questione Misteri di Campobasso apre delicate e profonde riflessioni che coinvolgono non solo la presenza dei viventi riferiti all’analisi sociale, ma centra il cuore etico della città rimuovendo dalla pace ogni campobassano e ogni molisano che ha vissuto, amato e partecipato al ritrovo ciclico, liturgico e cerimoniale, nel senso più stretto di idea di tempio cittadino, offerto dalla rappresentazione dei Misteri. Credo soltanto una mente fortemente enfatizzata al limite del fanatismo speculativo avrebbe avuto temerarietà e innocenza, nella sommatoria etologica dell’azione, di accusare un intero popolo sannita di praticare dispiacere e danno ai loro figli attraverso una delle più sentite, unificanti e magnifiche rappresentazioni artistico teologico e sociale quale sono I Misteri di Campobasso.
Credo questo tipo affrettato di intervento possa in qualche maniera aprire un ambiente di ragionamento che invoca il grado di cultura antropologica posseduto da professionisti addetti alla salvaguardia delle condizioni sociali degli italiani, sia essi minori che adulti, capaci di scatenare, per loro esclusivo e settoriale giudizio, allarmismi alla comunità, offesa e accusata di irresponsabilità nel cuore palpitante proprio della città che si incontra omogeneamente saldata nell’amore tradizionale ritualizzato dai Misteri. Questo tipo di manifestazioni etno-antropologiche posseggono una vasta letteratura etno- artistica (Renè Girard) che parte dal medioevo e si protrae oltre i confini della biosfera per arrivare da qualche parte dell’universo in cui forme esistenziali più progredite di noi, accolgono la nostra cultura sociale come referente invidiato del progresso scientifico e delle pianificazioni sociologiche che per simoniaca scientificità hanno dovuto ricusare dall’anima e dallo spirito della natura vera abolendola dai loro codici costituzionali (Avatar di J. Cameron). Pertanto questi Misteri, che conducono nel nome stesso il loro destino, non solo hanno funzione revocatrice della memoria collettiva e del ritrovo comunitario, ma sono salvifici per le forme di vita exstraplanetaria che hanno perduto il sentimento d’amore e incatenano nella disciplina meccanicistica ogni atto comportamentale dettato e legiferato esclusivamente dallo stoicismo più serrato della razionalità meccanica. Questi ingranaggi extraterrestri guardano i nostri misteri con rancore ricordando melanconicamente i loro avi che nel racconto della loro bibbia dicono di possedere uno spirito collettivo, dei sentimenti, un’anima e il sorriso. Raccontano la gioia di vedere la partecipazione di tutta una città felice nel sacrificio accudito dei loro figli divenuti per un giorno santi e angeli a protezione del sano amore di questo territorio. Sono riti di iniziazione in cui le giovanissime generazioni ambiscono per dimostrare il vero coraggio di sentirsi parte fondante della comunità evocando attraverso la sperimentata rappresentazione mitico – teatrale, i prodromi delle potenzialità creative che in futuro serviranno, come trattati seri di psicologia comportamentale dichiarano (Neil R. Carlson), per affrontare qualunque tipo di prova; dalla scuola al lavoro, supportati dalla sicurezza approvatrice della loro coesa comunità e dall’idea uniforme di appartenere ad un’unica sincera famiglia.
In più va detto che questo tipo di rappresentazioni come la festa del Giglio a Nola, rientra in quel sistema dell’arte museale dinamica che fortemente, per fortuna, definiscono a pieno merito la vera storia dell’arte e gli elementi strutturali su cui si basa la filosofia estetica. È attraverso I Misteri e a manifestazioni ad essi tipologicamente associati che si promuovono le condizioni necessarie ad alimentare quella chimica dell’immaginazione che andrà incarnata nella cultura dagli artisti per poi poter polarizzare la creatività per mezzo dei magnetismi dell’anima addetti alla stipulazione del senso gnoseologico, ma anche alla determinazione delle strutture sociologiche e politiche addette alla funzionalità essenziale della comunità. I Misteri dunque sono il mito, la qualità e il senso di identità che ci unisce all’insegna di un’unica voce che parte dai polmoni antichi degli avi e arriva a noi nel coraggio dei bambini che volano per noi e in noi con un’unica anima a difendere come nella migliore tradizione italiana, la nostra vera identità che non permette a forme debuttanti di colonialismo di poter abolire memorie autoctone di antico lignaggio storico. Noi qui al frinire provocatorio dei grilli rispondiamo, “Dunzella Dunzella Dunzella……” (dedicato a Lino Mastropaolo)

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